sabato 30 marzo 2013

IL FALO' DI PASQUA. (ad ogni risurrezione)


Scoppiettano risate
Tutte intorno al cerchio verde
Che protegge il fuoco.
Scoppiettano
E s-fumano nel vento
Regali inaspettati
invisibili
ripieno musicale
per le orecchie finalmente in ascolto.
La gioia improvvisa
Mi prende la mano.
Ti tengo nel mio abbraccio
E per tutte le mie strade silenziose
Lascio camminare
Leggere
Le mie più sentite SCUSE.
“Sono Nata Aria
Sono Morta Acqua
Mi sono Fatta fuoco.
Risorgerò Terra.”.


Indossò di buon mattino due fantastici occhi da triglia.
Di sotto ci mise due violacee borsette di carne stile vintage.
Recuperò la voce da un posto piuttosto lontano, tanto che non sembrava neanche una graziosa donzella, ma un sensualissimo travestito e la mise sulle labbra come rossetto. Si guardò allo specchio e, con la forza incredibile di chi persegue un bellissimo scopo, uscì di casa con due ore di sonno sulle spalle e il raffreddore per cappello. Era la festa della FIDUCIA e lei non sarebbe mancata per nulla al mondo.....



venerdì 29 marzo 2013

LA MIA VOCE MI AMA. (AD UN SIGNORE BUFFO SENZA TEMPO Né CAPO Né CODA CHE PROPRIO PERCHé SENZA TEMPO Né CAPO Né CODA MI é SEMPRE PIACIUTO)

Un giorno la mia voce mi lasciò.... Rimasi muta e indifferente, ignorando persino la voglia di cantare, decisa a non andarla a cercare...E non perchè non potevo....Qualche giorno prima avevamo discusso violentemente, e lei, la mia amata voce, aveva preso il vento, offesa perchè non si sentiva usata adeguatamente...inoltre, dispetto da amante tradita, mi aveva attaccate due placche alle tonsille perchè ricordassi di avere perso l'unica che mi aiutava ad esprimermi e perchè sentissi che in qualche modo mi mancava....Trovai il gesto proprio scorretto, da urlo.....ma non urlavo nemmeno... perchè avevo paura di quello che avrei potuto dire con il suo aiuto, se fosse tornata da me.
IL TRUCCO PER RIAVERMI INDIETRO é SPOGLIARTI DAVVERO DI QUELLO CHE PROVI. E COMUNICARLO A CHI DEVI. Il trucco è il colore BLU.
Questo pretendeva.
Vagai in preda a febbri mistiche, decisa ad abituarmi a non parlare,dialogando con gli amici che andavano e venivano con le mani, con gli occhi, con il corpo.
In tutto questo gran daffare delle mie membra, persi un sacco di colore...ma mai il battito del cuore.
Nel silenzio assoluto, un pomeriggio freddo freddo, giunse da lontano un Signore senza Tempo nè capo nè coda, un Signore buffo che aveva più volte sfondato le mie barricate interiori e intime,passando per il tatto, il gusto, la vista, l'udito, cucendomi l'arancione della passione addosso e ascoltando la mia voce. Nel silenzio assoluto, arrivò, ma vestito meravigliosamente di blu.
Sentii il ventre sciogliersi, dare due o tre scossoni al cuore, dimenticai di essere un pò verdognola e sofferente, lo accolsi e provai a parlare. Sembrava mi stessero strozzando.
"Tutto quello che sento è quello che ho sempre desiderato.
Tutto quello che sento io non lo comprendo. E l'ostinazione che ho di farlo è perchè sono testarda e cocciuta ed ho paura. Non voglio altro che questa cosa sia, ma è talmente nuova per me, che alle volte non ho la pazienza di ascoltarla...ed ho paura di perderla.  E si chiama DESIDERIO; PASSIONE; LEGGEREZZA; CURIOSITA'. e cosa altro chissà.
Lui non disse molto, o forse non gli lasciai tanto spazio, e me ne scuso,tutta presa dalla sorpresa che aveva in mano...portava in mano la mia voce, che si ricongiunse armonicamente a me, perchè per la prima volta mi sentii vera e sincera....Terribilmente verdognola e imbarazzata, ma vera e sincera.
Con la voce mia adesso, sto facendo la pace, è un processo lento, dobbiamo riprendere confidenza....ancora si ostina a non togliere una delle due placchette lasciatemi a sfida....ma facciamo l'amore meravigliosamente, cantando, tingendoci di arancione, di rosso e di blu............quanto al Signore senza Tempo nè capo e nè coda...beh, è decisamente un'altra storia....che a me ,comunque da scrivere piacerebbe tanto!


Sono una CALABRON(tolon)A.....e anche senza voce pungo....eccome se pungo

giovedì 28 marzo 2013

Non c'è niente di speciale ad essere normali...eppure...è la specialità che ci riesce meglio.
....noi donne....dovremmo EVAPORARLI, a volte, gli uomini....

UNO STRANO SOGNO PREMONITORE.
(dedicato ad AURORA)
Sale
caffè nero
In notte  di zucchero e schiuma bianca.
Lo vedo invadermi
Il colore
Gli occhi.
Nel fondo della tazzina è scritto a puntini neri
“Rimani sveglia, devi uscire.”


Potrebbe essere un ordine svogliato e stropicciato tra uno sbadiglio e qualche sbaglio
Potrebbe essere un imperativo tra tanti passati imperfetti e remote nostalgie di un futuro.


Non è molto tardi.
Eppure io sono stanca.
Sono stata immersa in pratiche che non mi interessano per otto interminabili ore
Dietro disordinate scartoffie grigie
In un ufficio giallo paglierino.     
Non ne posso più.
Comincio a ricordarmi d’improvviso
Che questa vita che vivo
Non è esattamente quella che mi ero augurata.
La parola “perché?”
Rimbomba dentro di me
Ed io taccio.
Divento grigia.
Senza accorgermene cado in un sonno profondo.
E il sonno della mia ragione
Genera uno strano sogno.     


Sono in mezzo ad una strada poco illuminata.
Solo gli occhi sembrano umani. Vivi.
Sono avvolta in un filo metallico.
Non mi vedo, sono chiusa in un bozzolo.
E come fossi matassa leggerissima
Un alito di vento mi rovescia e mi fa rotolare
Davanti ad una porta rossa
E poi dentro una stanza.

Entro dentro al buio
Non sento l’esistenza del tempo
Ma so che intorno  a me c’è molta pietra
 una voce androgina sussurra:
“affinchè non ti ostini a guardare, ma incominci davvero a vedere.”
Mani calde srotolano la matassa di fili che mi avvolge.
Sento che sono nuda
Non ho pelle, ma un corpo fatto di latta, con naso, una bocca  due orecchie e una vagina di carne.
“affinchè ti tocchi meglio il vento consentigli di penetrarti dal sesso alle narici fino a dissolverti
la mente.”
Faccio rumore di ingranaggi
Ma riconosco di avere un odore
Che si mescola ai profumi di creme e unguenti.
Un’altra voce di buio alle mie spalle.
“Sotto la tua copertura esiste ancora qualcosa di umano e sacro. Sei qui per questo.”
E non sono più verticale da quell’istante.
C’è qualcosa di morbido e fresco sotto il mio corpo bloccato rigido e disteso.
Ed è buffo, perché dovrei essere terrorizzata
Invece mi lascio andare al tutto come se sapessi
Che le mani che mi adagiano tra lenzuola di seta, cominceranno a rimodellarmi.

Ed io mi fido.
Piedi
Sottili e delicati, l’unguento vi prepara alla danza
Ed è di fango ed erba che venite rivestiti
Che possiate tornare ad unirvi alla Madre Terra.

Sento l’inizio di una ri-generazione, come avessi nuove radici per ripiantarmi solida al tutto.

Gambe.
Lunghe e forti.
Sento che dita vi picchiettano
Vi carezzano la carne
Vi stirano i muscoli.
Tornate al fluire dei nastri.
Siete mezzo privilegiato
Ma per un movimento che è danza
E lenta
Non scatto, né fuga.

Divento morbida dalla vita in giù. Percepisco il farmi carne.
la mia pancia
si trasforma e si attorciglia
Prima di disegnarsi fiore
E aprirsi in petali che sono arancioni e pulsano vivi
Con linfa di viscerali impulsi sottopelle
 intorno all’ombelico che è un bocciolo giallo e piccolino
Dal quale silenzioso        
Esce il cordone ombelicale tra me e la vita
In leggere trasparenze ocra
Fumoso e variabile
A seconda della traccia lasciata tra me e il mondo.
Esce esce
Mentre tutto il contorno si illumina
mi scopro sdraiata sul pavimento di un circo
la voce androgina è quella di un buffo nano dalle sapienti mani.
La mia pancia sembra divertita in un gioco a calamita
Che si chiama istinto
E mi fa muovere verso le cose
In un flusso invisibile e silenzioso
Che mi dice chi è buono
Chi è cattivo
Chi mente
Chi è sincero
Cosa si rompe e cosa no
Cosa è da costruire
E cosa è da distruggere.
Sì, forse questo è il frutto della passione.

E pulsano le mie seconde labbra
In uno strano principio di godimento
Che le rende umide.

Spalle,
morbide come pane,
impastate con dolcezza
liberate da ataviche pesantezze
siate veloci ad aprirvi
come ali.

Infine, mani.
Le mie mani. Scopro che mi fanno male al contatto con altre mani.
Porto in esse, tutte le parole mai scritte, porto in esse tutte le gioie ed i dolori mai raccontati.
Al massaggio le idee cominciano ad abbandonarle, circolando come linfa attraverso il sangue, fino a riattivare il battito del cuore.
Ed è lì, che mi accorgo che nessuna benda impedisce la vista di quanto sconfinata la mia sacra umanità può essere solo con un foglio e una penna.

Mi sveglio.
Non smetto mai più di scrivere.






lunedì 25 marzo 2013

CUCITURE E RICAMI, IMMAGINI E PAROLE

“Sono legata alla mia arte con un cordone ombelicale di cotone: nasce dal ventre mio ogni parola e si sparge a ricamo, per riunire i frammenti che mi circondano, per rendere le mie emozioni un dettaglio cromatico, per disegnare a filo sezioni di me, intrappolandomi e lasciandomi andare, spersa e sparsa nell’universo mio interiore che vi voglio comunicare.
Le tracce del mio DNA sono edera a spirale e le trascrivo sui muri, sulle tele, sulle fotografie, donandovi così il patrimonio della mia anima,  casa che scendo e salgo, per osservarmi ed osservarvi in ogni mutazione sensibile.”

FILARE LA MEMORIA.


 “Cerco, in questa mia arte, di definire le mie memorie, percorrendole a filo colorato, intrecciandole, srotolandole; sarta dei colori, mi muovo sulla tela come fossi un ago, tentando di non pungere, ma di ricongiungere i sentieri perduti su cui camminano i miei ricordi. Armandomi di stoffa e cotone, tendo a catturare i frammenti materici che l’orologio del tempo vuole congelare, confinandoli in un ordine emotivo e non grafico, spargendoli in un tracciato di cose semplici, ricche di povertà, che fanno della mia storia, una metafora del dettaglio. Ed è così che mi ri-trovo,ricamandomi senza troppi merletti, sfogandomi bambina nei giochi infantili e riappropriandomi del mio presente di donna, filando delicatamente il mio passato.”

TESSERE L'ARTE.



“Mi siederò meditativa davanti al mio telaio. Come Moderno Demiurgo dell’intreccio, lavorerò le idee che pulsano nelle mie vene come fossero filo. Mi riapproprierò di un’arte così antica, per ricomporre i miei pensieri in asimmetriche geometrie; per riordinare le emozioni donando loro un linguaggio puramente tessile; per fare di una tecnica sapientemente tramandata, nient’altro che arte.”


Prima vera mia primavera.



Pioggia
Hai benedetto
ogni mio sottilissimo dolore.
A voce stonata
Sempre quello
Quel vecchio ritornello.
Lo ha composto la paura
Come fosse una canzone
Lo ha cantato la mia mente
Per offuscare il sole.         
Pioggia
Hai tradotto
Il mio perdono tutto intorno
Tolgo il cappello
Chiudo l’ombrello.
Ogni goccia è una sillaba allegra
E la bevo con gli occhi
Ogni pozzanghera
È sorgente che battezza
Radici nuove.


La vera rivoluzione sta nel prendere coscienza che noi siamo esseri umani magici. Il volo è possibile. Da qualche parte,in altro tempo, in dimensioni altre, prima, abbiamo avuto le ali..........recuperare questa delicata memoria è possibile. Le ali non sono emozione, non sono ragione. Le ali sono L'aprirsi piumato del cuore in un volo senza aspettative sul pavimentato cielo di questa terra.

AUGURIO IN PLIè.

Mi auguro di non possedere mai nulla.
mi auguro che nulla mi possegga.
mi auguro di non possedere nessuno.
E che nessuno possegga me.
Le cose, le persone
sono la funzione meravigliosa attraverso cui la mia energia si manifesta.
Io sono solo un piccolo pliè in scarpette rosse che partecipa all'incredibile danza Universale.

mercoledì 20 marzo 2013

(dedicato ad Alessandro)
Cadono oggetti
E danzano                                              
leggere strutture
Attraverso il mio corpo
Che è solo trasparenza
accoglie il tutto
E lascia ogni presa.

In questo gioco di causa ed effetto
Io tengo tra  mani umane
la 
Divina Speranza.
Non confondo tra loro gli opposti
Ma trasformo ogni veleno
Nella più dolce medicina.
Nella mistica brocca dalla quale bevo.
vi è Gioia che scioglie lacrime
e Lacrime che cristallizzano gioia.
Determinata a passare per il buio
per ritrovare in me perpetua luce
Diffondo la mia energia viva
E rendo la mia fede incrollabile.


Potessero le mie parole
Baciare maternamente
La fronte di ognuno di voi
Facce precarie                           
Tracciate dalla preoccupazione.
Potesse un mio canto bisbigliato
Aprire i lucchetti con cui serrate
I vostri desideri.
Voglio incidere a lettere dorate
Che la realtà che vi circonda non è che un’ ostrica
e racchiude in perla la vera essenza della vita.
Voglio portarvi a riva
Con l’esca dei vostri sogni
E concedervi il riposo dopo tanto
Dondolio rumoroso
Tra onde posticce in un finto mare.


Abbracciami leggera
Brina mattutina
Poggiata precaria
Su solidi muri.
C’è negli occhi  
Un brillìo impertinente
Sfacciato
È lo sguardo
Di chi torna con il corpo alla vita
E lascia l’anima a coltivare
La tenue tenerezza per le cose già sepolte
La vivace speranza
Per quelle che nasceranno nuove.

PICCOLA SEDUZIONE.

Ci sono Grammofoni che sembrano Campanule e succhiano vento.
La musica vola fuori dalle loro Bocche come sciame d'Api.
E' il Miele che profuma l'aria
dolcissima ipnosi
in questo giardino di Erba Rossa.
Mi segui
Io ondeggio
e sono Passione in fattezze di Donna.
Ti osservo
di sbieco
e appoggio lo sguardo tra le mie anche e te.
Ci sono Aquiloni come foglie e si stendono sotto i Piedi.
Danno baci alla Terra e la rivestono come Tappeti.
E' un morbido inganno di stoffa
L'ho cucito nella Notte con l'aiuto degli Alberi.
Ti seduco
in questo tempio naturale.
Ti fermi.
Mi volto.
La mia pancia è un Albicocca.
Ti invito ad assaggiarla
e sboccia tra i Fiori il mio corpo di Viola.




LETIZIA DI SETA.(dedicato a Letizia)
Sfido e sfilo
La tua ragnatela
Mi vuole rapire           
Mi vuole trasformare
in rugiada mattutina.
Sfilo e sfido
Il tuo bianco abbaglio
Il nostro intreccio di fili e trame
E’ tessitura nostalgica
E tutta a buchi larghi
              
Tu sei abile e con la bava
Srotoli parole
Per aggrovigliarmi
Nella tua assenza.

Io sono una cucitrice
Rattoppo in me
Ogni strappo
E ti relego ragno vagabondo
nelle mie vecchie soffitte

tu sei abito sgualcito dal tempo
Con il ricamo del tuo ricordo
Tolgo drappeggi al mio presente.
Io  sono coperta di seta liscia
E mi proteggo scivolando
Verso un nuovo sole
Senza più memoria di te
Non sei più l’ago
Non mi pungi la pelle
Non addormenti il mio cuore.
Libera stoffa
Volteggio in un adagio costante
Nel  telaio del vento
Creando mille e più vestiti
Per la mia prossima festa.


ALCOLICHE COMPULSIONI.
Ho bisogno di qualcosa di buono.
Quel buono che non sa di te.
Devo benedirmi le labbra
Per non parlare
Per non disperare.
La lingua mi si deve addormentare.
Devo addolcire quell’amara decisione di lasciarti andare

martedì 19 marzo 2013


CONCEPIMENTI. (LA MATERNITA’ DI VIOLA) 

Sterminata pianura 

sembra d’improvviso il mio corpo 

e si fa sfiorare dal cielo 

si arrende al calore del sole 

si placa sensibile all’ombra. 

Camminami adesso 

che m’invade la luce e 

ogni mare è lontano 

coltivami in questa stagione 

che sono terra fertile 

disegnami a spighe dorate 

a grappoli porporini 

a girandole di ulivi. 

Poi aspetta 

Con pazienza 

Dopo la semina 

Il mio raccolto. 


EBBRA. (IL DESIDERIO SECONDO TERESA). 

“Mi apparecchio per bene. 

Il mio ventre è panna. 

Il mio corpo è di farina acqua e sale. 

Voglio essere assaggiata, voglio essere impastata. 

Le orecchie come stuzzichini 

La bocca di champagne 

Gli occhi praline di cioccolato 

Il marzapane delle mie palpebre. 

Voglio sentire il ruvido di una lingua 

Sulle mie guance di fragola 

Il morso frenato dei denti 

Sul mio collo di pasta di mandorle 

La saliva a spezia 

sulla carne cruda della mia schiena nuda. 

Voglio mani a sfilarmi 

come fossi zucchero a velo 

voglio polpastrelli a sbriciolare i miei fianchi di pastafrolla 

a spizzicare tra il dolce e il salato 

della mia pietanza più segreta.”….

L’ARANCIONE DELLE DONNE. 

…ho avvertito il ventre ammorbidirsi 

L’istinto disincagliarsi 

Il flusso femmineo diventare luce… 

E con mille voci ho cominciato a cantare. 







LA RABBIA ETILICA, IL POST – SBRONZA E IL SUICIDIO DI 
IRIS. 

Esterno notte. Ottobre cupo e senza colore. 

La ragazza con il nome di un fiore sta appassendo. 

Ha bevuto almeno tre bottiglie di liquido rosso da sola. 

Sta immobile ombra sulla strada che costeggia un fiumiciattolo 
melmoso. Non vacilla, non come vacilla la sua mente, che mette 
indietro a ripetizione costante il filmato del suo uomo che cerca 
un’improbabile giustificazione mentre giace attanagliato tra le 
gambe di un’altra donna, nel letto che era il loro. 

Ancora qualche minuto e vomiterà. 

Ancora qualche ora e la vedrete vagare senza meta. 

Ancora qualche giorno e non ci sarà mai più. 

OSSIGENO DI-VINO. 


Avanzo 

Sbronza 

Di torbida acqua. 

Verdognolo 

Anche l’orizzonte 

Mentre succhia il cielo 

Questo mio stomaco 

Capovolto. 

Rantolo 

Nel mio ruttare 

Senza suono 

I postumi indigesti 

Di una miscela amara 

E alcolica. 

Scendo vestita 

Dentro la melma del tuo fiume. 

Ignorandoti. 

Vuoi trascinarmi ancora più giù? 

Vuoi farmi bere ancora? 

Vuoi bagnarmi 

E ancora sporcarmi? 

Dimentichi 


Che sono abile a nuotare. 

Dimentichi 

Che ho una muta 

Sul petto 

Contro le fredde correnti del tuo. 

Dimentichi 

Che so fare di un dormiveglia 

Un improvviso risveglio. 

Risalgo vestita ancora 

Scampata ai tuoi mulinelli di bugie 

Che vogliono 

Ferirmi. 

Mi fermo. 

Registro 

Nel tuo incubo peggiore 

La vomitata del mio cuore. 

Senza troppo sforzo. 

Senza troppa attesa. 

Ma in un maleodorante silenzio. 












VECCHI AMANTI.
Interno mattina. 

Una camera da letto. Uno studio. 

Inverno inoltrato. 

Neve che abbassa ogni volume. 

Niente musica. Niente televisione. Stefania cammina avanti e 
indietro, ammassando vestiti nelle valigie, oggetti negli scatoloni. 

Piero legge un libro senza aprire gli occhi. Il libro sta nella sua 
mente e vuole arrivare all’ultima pagina. Vuole che la parola FINE 
esca dal cervello passando per le orecchie e col frastuono 
improvviso di una bomba a mano, distrugga frantumandosi in 
sillabe la parola AMORE. 

Una volta questa era una coppia. Felice? 
Che si amava. 



STANZE SEPARATE. 

Lontani. 

E a dividerci 

Solo un ritaglio di muro. 

Ti avverto 

Nei pensieri ruvidi 

nelle mani statiche 

nelle gambe rigide. 

Mi senti 

come avessi 

sulle tue spalle 

i miei occhi. 

Denso 

Questo nostro silenzio 

Invadente la luce 

Dalle finestre 

Al nostro buio. 

Sbatte d’improvviso la porta. 

In quel rumore soltanto 

Ci incontriamo. 




TIEPIDA NOSTALGIA. 

Amore, 

Che mi hai dovuto perdere 

Spero tu sia sopravvissuto 

Come me 

A questa distanza di pezza 

a questi anni di stoffe cucite male 

a questi fili di cotone che sono rimasti tra le nostre dita. 

Amore 

Che mi hai dovuto lasciare alle spalle 

Spero tu abbia avuto la forza 

Come me 

Di coltivare il vuoto 

Con la terra fertile 

Del tuo sentire 

Con l’acqua trasparente 

Delle tue lacrime 

Con la sapiente pazienza delle tue mani. 

Niente può riportarci indietro 

Né il vecchio telaio 

Del nostro ricordo 

Né i fiori cresciuti 

Sulle nostre mancanze. 


Niente può 

Prosciugare il fiume della nostra perenne nostalgia 

Né la sfida di un nuovo sole 

Né il passaggio di tiepido vento. 

Mi vieni a cercare 

Perso in un labirinto di lana 

Illusione morbida e calda 

Per sogni che sono 

Matassa di cenere grigia 

E non la puoi disfare. 

Amore mio 

Che chiami l’orizzonte 

Con una sillaba del mio nome 

Spero tu abbia il coraggio 

Come me 

Di filare ogni nostra verità 

E di tessere nuove tele 

E di ricamarci 

Senza rimpianto 

Il canto del nostro pianto 

Per elevarci 

A riflesso di solido prisma 

Tra i giochi di luce del nostro passato. 


  Ti amo ancora 

Come mi ami tu 

E così sarà per tutta 

La nostra invisibile emotiva eternità 

Che non conosce la ragione della realtà. 












ALBERI. (dedicato ad Andreco)

Immaginate il vostro corpo disperdersi nel vento e, come vento, vagare, ancora e ancora, senza una meta, ma con la leggerezza che è cosa rara e preziosa talvolta per il cuore umano.
Sentitevi liberi di perdervi, di non sapere più dell’esistenza del tempo, di confondervi con le stagioni, di tralasciare i pensieri e di sparire in un confortante silenzio che vi avvolge.
Con questo spirito, lasciatevi guidare dai sensi e attraversate i mille boschi che sono la vostra memoria.
Potrete gustare con gli occhi qualcosa di nuovo, toccare l’invisibile odore della bellezza, intuirete nelle orecchie il sussurro del vostro essere essenziale.
Ascoltate parlare gli alberi, attraverso l’istante immutabile di una fotografia, dentro tracce di pittura, con i rituali materici della scultura; desiderate che scivoli il vostro sguardo sopra rami che si annodano e snodano come fossero onde nel cielo; fatevi goccia che percorre corteccia, respirate la tensione verso un orizzonte alto e l’inevitabile ancoraggio alla terra  di queste metafore naturali ed inverse di noi. GLI ALBERI.
Alberi che sono uomini al contrario.
“…chi mai azzarderebbe scorgere nell’uomo l’immagine riflessa dell’arbor inversa- albero capovolto- chi mai oserebbe assimilare le radici ai capelli, il petto al tronco o a vedere nelle foglie le parole, nei fiori le intenzioni, nei frutti le virtù, nelle gemme i pensieri, nei rami la forza e la potenza?
…chi mai paragonerebbe gli uomini ad alberi in movimento?...” (Piero Camporesi. Le officine dei sensi.)
Gli alberi abitano paesaggi, ne sono protagonisti. Raccontano una storia, divulgano emozioni, tramandano sensi e significati. Ci proteggono, ci spaventano. Ci somigliano. E sono come noi. Noi, talvolta ben ordinati e in fila, con una buona energia di luce che ci riempie lo spazio, talvolta tutti avvolti dalla nebbia, alla ricerca disperata del sole che scaldi.
Fragili creature di vetro resina, sgorghiamo a sogni leggeri con speranze di farfalla, bianchi e puri, e per questo bisognosi di difenderci con  uno scudo di corteccia. Immensamente abili nell’uniformarci alla notte e al suo silenzio, rumorosa esplosione di foglie rosse quando sembriamo aver raggiunto il cielo. Resistenti nel vento, quando il vento è tempesta, quando il tempo è guerra, quando la solitudine ci rende foglie secche o ci fa osservare il mondo da dietro i vetri di una finestra. Bravi e tenaci nel rigenerarci e ricostruirci sopra le nostre stesse macerie di dolore, a risollevarci  oltre ogni distruzione, con le radici come fondamenta indistruttibili.
Come incorniciati sulla tela del mondo, siamo capaci di brillare d’ironie e truccarci con la fantasia, giocando con il tronco, le braccia, le gambe e la faccia, facendo i personaggi piuttosto che le persone, a volte vanitosi nel rifletterci nel fiume della vita, testardi ad arrampicarci sui muri grigi, spavaldi nel mischiarci al traffico del mondo diurno; oppure ombre nascoste a custodire i segreti dei tramonti, camminando silenziosi le nostre nostalgie crepuscolari, costeggiando le nostre strade innevate, i nostri sentieri autunnali. Fioriamo di primavere improvvise, riempiamo di verdi e gialli i nostri giardini, ci lasciamo navigare incerti in tormente scure, per poi affondare nel tepore della sabbia, davanti al nostro mare più calmo. Desiderosi di altalene emotive da dondolare tra le nostre braccia, che da soli che siamo, possiamo confonderci con mille altre vite e diventare, da bianchi o neri, boschi colorati con la delicatezza dei pastelli o sfumate composizioni d’acquarello.
Noi, che, al di là di “metterci in mostra”,dovremmo sempre seguire l’istinto di amare la Natura che siamo.
Noi.
Come alberi attraverso le stagioni.

E IN FORMA NUOVA TI PROVOCO: SCOPA/MI.

Ti Pretendo adesso.
Non voglio in alcun modo essere soltanto passivamente osservata.
Farò del mio “sintetico” materiale qualcosa di più. Farò di me spazio provocante da percorrere, offrendoti l’occasione di penetrarmi oltre gli occhi.
Come fossi corpo da risvegliare sotto i tuoi passi, preparo su di me un assaggio per tutti i tuoi cinque sensi.
Camminami dunque e toccami, ti solletico dapprima sotto i piedi, per ricongiungere il tuo piacere fisico a quello emotivo.
Così mi-Partirai, avrai valigia di sguardo, gambe che fremono per aderirmi, viaggio che comincia in chiaro scuro, su pavimentazione morbida; ti muoverai con curiosità e avrai come unica guida un nuovo irrefrenabile istinto; aderiranno le tue linee corporee alle setole delle immagini che mi scorrono sotto la pelle; mi offrirò come fossi fiume di morbida  provocazione; a lato straborderò gli argini con geometrie colorate, sarò ad avvolgerti un flash vitale e minimale.
Si spalancherà in te il desiderio di studiarmi nei contorni, come fossi frappa che si contorce per attrarre le tue dita, grembo di donna a fibra raggomitolata, pronto ad accoglierti prima di cedere al all’impazienza che hai  di sfiorarmi.
Ti sembrerò grezza e inorganica, ma se respiri ogni mia magmatica pulsazione, osserverai  la mia danza di nascita e rinascita, sintesi eccitante del nostro incontro; scoprirai il mio essere vivo magma perenne, rivestito da nylon fluido, avvolto da gomma drappeggiata che ti chiama elastica a cancellare ciò che ti distoglie dal penetrarmi.
Dettaglio, frammentazione, il mio dinamismo inaspettato ti catturerà in forme nuove, mai esplorate, ti offrirà spazi su cui adagiare ciò che ti suggerisce la mente, mi sentirai da rigida improvvisamente flessibile, sinuosa nell’avvicinarmi plastica ai tuoi richiami.
Usami, voglio esploda la tua fantasia, nel percorrere il rinnovamento cellulare che il nostro incontro fila e sfila sulla tela, sul muro, sulla terra. E saranno i tuoi occhi a rielaborarmi morbida, trasparente, materiale che pulsa sul tuo piacere umano, poi le tue mani a percorrermi invisibili, a rendermi completa nei miei filamenti di scopa recisa, nelle mie voglie cilindriche, nelle mie confuse dichiarazioni a conchiglia.
Succhiami nel liquido spirito che contengo, fuoriesco dalla cornice che tenta di intrappolarmi quasi fossi groviglio a cannuccia pronto per le tue labbra, la mia lingua è lingua nuova che ti incita ad aderire alla materia che sono, per godermi nel mio di-venire, adesso e completamente.
Sprofonda totalmente dentro la meravigliosa fragilità che conservo al di là delle mie apparenze angolari, pungenti, nodose, osa realizzarmi carne sopra di te.
In questa mia arte, sdraiati o appesi in parete, faremo del nostro incontro una sensuale ricerca per abbandonarci ad ogni pulsione primaria e appagarci di un contatto inevitabile e sensibile.



Carmen Miranda. (dedicato ad Ester Grossi.)
Sono in primo piano.
Lascio che i colori definiscano
I miei contorni netti.
Ho sguardo deciso
In iride azzurra.
Sopracciglia di inchiostro grigio
Come Virgole
Ad incidere
Dei miei pensieri
L’espressione.
Tavola bianca
Il mio viso
La tingo
Con la passione muta
Delle mie labbra rosse
Truccate d’amaranto
Per l’occasione.
L’allegria la indosso
Sul capo
Ho scelto il cappello delle feste
Perché più visibile sia
La mia tensione verso l’alto.
Che ha rubato ogni ricchezza cromatica
Alle mie collane di perle grigie
Quell’intenso giallo
Di cuiLa mia aura
Si imbeve.

Fiumana. 

Voltarmi appena.
Questo devo fare.
Perché in questa nostra dipartita
Tu non dimentichi
Il rossore della mia guancia.
Ho sciolto le lacrime nei capelli
Fluisce come fiume
Il mio dolore.
Senza dire nulla
Qualcosa di me
Precipita nelle viscere della tua terra
Fino ad annodarti stretto il cuore
Alle mie radici.
Senza preavviso
Qualcosa di te
Risale a nuvola sulla mia superficie
Fino a confondere i miei piedi
Sulla nuova strada.
Voltarmi appena
Questo solo posso fare
Perché in questo mio scappare
Tu sappia
Il rossore della mia guancia.



CERCO CASA.

Sbada-bin Sbada-ban.
La mia testa trasloca e lo fa rumorosa.
S-now S-naw.
Nel cuore preparo lenzuola di neve e un letto di silenzio.

ASTRAZIONI.

Nella notte
Mi sono s-confinata.
Nella mente
mi sono oltre-passata.
Dissolto si è il corpo
in una Vibrazione soltanto.
Ed ero già lontana
Distesa su Sabbia d 'Oro
Dipinta di Terra Rossa.